Pavullo nel Frignano (MO), 05 Gennaio 2026

LA VIDEO-VISIONE
Tecno-cultura, cognizione e sindrome da “reporter di guerra”

Il terribile rogo di Capodanno a Crans-Montana, con le sue giovanissime vittime colte nell’apice spensierato della gioiosità, ha messo in luce un dramma nel dramma, del quale però in pochi hanno voluto parlare, e non certo la pietosa cronaca nera da telegiornale, capace solo di sfruttare la sofferenza umana a fini share: perché quei giovani, in stato di pericolo, filmavano invece di scappare?

Quando si denunciano i danni provocati dalla tecno-cultura, non è difficile passare per esagerati catastrofisti. Ogni cosa dell’universo digitale è sempre giustificata, discolpata, considerata legittima, perché la tecnologia è ritenuta un’opportunità, non un problema. Eppure, quando i danni provocati dalla cultura tecnologica si abbattono sulle persone, magari togliendo la vita – d’un sol colpo – a decine di giovani intenti a festeggiare, ecco che i risolini di scherno si paralizzano, trasformandosi in cordoglio, e in lacrime… di coccodrillo.

Tutti abbiamo negli occhi quelle terrificanti immagini diffuse dai telefoni di alcuni dei ragazzi presenti nel locale Le Constellation, a Crans-Montana, e senza star qui a fare le indagini sull’accaduto, quel che sorprende di quella incommensurabile tragedia sono proprio le riprese dei ragazzi. Possibile che in una condizione di così evidente pericolo, qual è quella di trovarsi ammassati nel costrittivo seminterrato di un locale il cui soffitto comincia a prender fuoco, l’istinto di fuggire all’aperto possa essere offuscato dalla necessità di continuare il “reportage da social” sulla tragedia in atto?

Questo dramma, e la dinamica autolesionistica che ha generato, me ne ha fatto venire in mente un altro, ancora peggiore: quello relativo al maremoto dell’Oceano indiano che, vent’anni fa, il 26 dicembre 2004, si abbatté sulle regioni costiere dell’India, della Thailandia, dello Sri Lanka, della Birmania, del Bangladesh, delle Maldive, fino a raggiungere le coste di Somalia e Kenya. Allora le vittime (morti e dispersi) furono addirittura 230.000 (di cui circa il 25% bambini). Ma anche allora, ed è appunto questo il tragico fatto che accomuna i due eventi disastrosi, nell’imminente abbattersi dello tsunami sulle coste (in particolare della Thailandia), decine e decine di turisti, invece di darsi alla fuga (come stavano facendo tutti gli animali non intrappolati da catene e gabbie), si “divertivano” a riprendere con le loro videocamere lo strano fenomeno della risacca da tsunami.

La risacca che precede uno tsunami non è la normale risacca da moto ondoso, bensì un insolito e massiccio ritiro di mare che lascia scoperte aree insolitamente vaste di fondale, come se tutta la costa si ritirasse improvvisamente. Peccato che quel massiccio ritiro di mare dalla costa è un segnale naturale di pericolo che prelude all’arrivo dell’onda principale: è cioè un’inondazione devastante, che può constare di un muro d’acqua alto anche 50 metri. Possibile allora che in una condizione di così evidente pericolo, qual era quella di trovarsi a poca distanza da un’onda anomala alta chissà quanti metri (nel 2004 ipotizzarono appunto almeno 51 metri), l’istinto di fuggire il più velocemente possibile verso l’entroterra possa essere stato offuscato dalla necessità di realizzare il “reportage” sulla tragedia in atto?

Si sa che l’essere umano civilizzato non vive più da tempo in Natura: vive invece in un mondo culturale che lo condiziona ben di più di quanto ormai faccia la natura stessa. Ogni cultura ha le sue particolarità (le sue sensibilità, la sua lingua, i suoi valori, i suoi costumi, le sue usanze, leggi e tradizioni) e ogni soggetto che vive in un ambiente culturale tende a conformarsi a quell’ambiente ideologico, assumendo appunto gran parte delle particolarità della sua società. Ma da quando, con l’avvento del digitale, la cultura si è fatta tecno-cultura, il potere globalizzante della civiltà ha accelerato di molto il processo di uniformazione del mondo. In quasi tutto il Pianeta, oggi, l’identificazione del soggetto civilizzato al diktat tecnologico è pressoché totale, e ormai gli aspetti più conformanti della tecnologizzazione universale stanno diventando prassi per tutti. Braccio armato della scienza, la tecnologia è sempre più un sostrato comune a tutti che condiziona la vita di tutti.

I social, poi, avendo semplicemente massificato le logiche mediatiche del video-mondo portato dalla tecnologia, hanno reso tutti giornalisti. Con l’illusione di autogestire comunicazione, ricreazione e socialità, i possessori di smartphone non guardano più la tele-visione, ma la video-visione. Sanno bene, comunque, che la loro video-esistenza dipende in modo sempre più irrimediabile da quei piccoli schermi e dagli algoritmi che ne producono le immagini. Se un tempo era la televisione a condizionare la vita di tutti, oggi è appunto la “televisione portatile” che chiamiamo smartphone. E tutti siamo irrimediabilmente condizionati dal rapporto con questi nostri congegni elettronici. Il risultato è che, nel mondo dei media, solo i media contano: la comunicazione è stata ridotta a informazione; la vecchia rappresentazione del reale (tipica della cultura), e che già ci aveva separato dal reale, oggi è addirittura rimpiazzata dalla sua “riproduzione”, ove il flusso degli elementi di elaborazione elettronica trattati dalla macchina secondo programmi informatici succede alla vecchia concezione del simbolo come luogo evocativo della realtà. Persino la penetrazione di Internet nella vita comune, lungi dal garantire quella libertà che i tecnoentusiasti proclamavano ai tempi del suo avvento, è ormai pacificamente considerata una modalità politico-commerciale di controllo e manipolazione della gente. E tutti i propositi propagandistici garantiti dai vari tecno-guru sono da tempo svaniti, rivelando il potere di una tecno-cultura capace non solo di ridurre le persone a meri strumenti della circolazione di notizie, ma di farne persino degli intrepidi e avventati paladini, tutti intenti a mettere a repentaglio anche se stessi per il bene dell’informazione.

Se, in psicologia sociale, esiste il cosiddetto “effetto spettatore” (bystander effect) in forza del quale, in una situazione di emergenza, è meno probabile che una persona offra aiuto a una vittima quando sono presenti altre persone (perché la responsabilità di agire si diffonde tra tutti), qui mi pare che la tecnologia stia facendo sorgere, in noi umani civilizzati, una sorta di sindrome da “reporter di guerra”. In effetti, accade che, in persone ridotte a meri strumenti dell’informazione, la funzione informativa rischi di diventare così incisiva e decisiva che l’idea stessa di poter essere riconosciuti come “valorosi diffusori di informazioni” (reporter di guerra) prevalga ormai persino sull’impulso innato a conservare la propria vita. La domanda allora diventa: possibile che il declino segnato dalla tecno-cultura sia così già in avanzato stato di degradazione, che l’idea stessa di faci tutti servitori della dea Informazione soffochi, in qualcuno di noi, l’istinto a quella risposta neurofisiologica che si traduce in comportamenti essenziali quali possono essere la fuga dal pericolo?

Una riflessione urge assolutamente. Ed è una riflessione sulla nostra condizione umana, non una speculazione da rotocalco settimanale che miri alla colpevolizzazione dei giovani o di qualcuno in particolare. Il problema della tecnologia, e della tecno-cultura che ne rappresenta la cornice ideologica che la supporta, è un problema che riguarda tutti. E lo stato della nostra condizione umana, e di quanto cioè ci stiamo trasformando in “strumenti dei nostri strumenti” (per dirla con Thoreau), è ugualmente un problema che riguarda tutti. Perché c’è un dato di partenza che urge essere compreso: la tecnologia trasforma il mondo in macchina e, nel mondo delle macchine, come ci aveva spiegato già nel 1936 Charlie Chaplin con la sua proverbiale ironia, è sempre l’umano che si adatta alle macchine, mai il contrario. L’immagine di Charlot alle prese con la catena di montaggio che lo costringe ad accelerare le proprie attività di avvitatore di bulloni ogniqualvolta il nastro della catena accelera di velocità, ci dice appunto che la tecnologia non è neutrale; ci dice che è sempre la tecnologia a costringere l’umano ad adattarsi ad essa.

Nel mondo delle macchine, quello distanziato dalla Natura e che mira a dominare la Natura, noi umani siamo sempre più distanziati e separati dal tutto; sempre più freddi e operativi, proprio come le macchine. Il mondo (anti)relazionale portato dai social, poi, è frammentato, discontinuo, fluido come si usa dire per evocare l’immagine di ciò che è insicuro, instabile, inaffidabile. Conseguentemente, anche noi umani, facendo solitamente uso dei social, siamo sempre più frammentati, discontinui, fluidi nei legami e nei rapporti. C’è una tendenza generale verso una sempre maggiore fragilità, una maggiore debolezza interiore, una maggiore instabilità emozionale. E in questo universo di disconnessione con noi stessi (e di connessione ai protocolli informatici dell’elettrosfera) si consuma la via di una sempre maggiore insensibilità: quella che poi silenzia i sentimenti, le emozioni, e persino gli istinti; quella che arriva fino a sottomettere la forza delle pulsioni ai diktat della formale riconoscibilità mediatica.

Ormai, si diceva, invece di comunicare produciamo e diffondiamo informazioni; invece di amare, produciamo e diffondiamo immagini dei nostri momenti più intimi; invece di vivere, produciamo e pubblichiamo stati. E in questa nostra continua propensione a riprodurci mediaticamente, è proprio la caratteristica del reporter che prende il primato sulla vita. Risultato: non viviamo più, se non per interposta circolazione di notizie. E allora, chi più filma (e quindi più diffonde notizie), più è riconosciuto come individuo che esiste, che spicca, che eccelle e che s’impone agli altri. In un mondo poi fondato sulla guerra di tutti contro tutti (la chiamano economia), dove rischiare la propria vita per il bene del Sistema significa essere riconosciuti eroi, lo svuotamento del nostro corredo affettivo (rimpiazzato da “like” ed emoji) ci spinge inevitabilmente verso gesti eroici. E allora, chi più raccoglie immagini di guerra, anche saltando sulle mine antiuomo, e dimostrando così di essere un impavido reporter presente sul momento del disastro, più merita il conferimento di credibilità e di alta riconoscibilità sociale. Anche se è la sua stessa vita in pericolo; anzi, forse proprio perché la sua stessa vita è in pericolo. Del resto, la gloria non è forse l’equivalente laico della santità? Restare alla storia, nella memoria, nell’olimpo dei ricordi di tutti: potenziare insomma la durata dell’esistenza umana collocandola per sempre nell’immaginario collettivo; rispondere alla condizione effimera della vita con un gesto che garantisca presenza eterna, contropartita alla nostra dipartita. Tanto la santità rende immortale il martire, quanto la gloria offre lo stesso servizio garantito all’impavido capitano di ventura. E sia la santità che la gloria trascendono, ascendono: la gloria non è forse considerata anche la beatitudine delle anime beate? Il fatto che alcuni compagni di classe di una delle vittime della strage di Capodanno abbiano intenzione di intitolare una delle sale della scuola al loro compagno deceduto, conferma proprio questa prospettiva di consacrazione: dall’essere (che non c’è più) al restare per sempre. Eppure, quanti bambini palestinesi sono stati ammazzati a Gaza, straziati dalle bombe lanciate per ordine di Netanyahu nel solo 2025? Nemmeno il fatto di sapere che l’Italia è implicata a pieno titolo nella vendita di armi proprio al governo israeliano (vedi caccia F-35) ha mai fatto venire in mente a nessuno di intitolare una sala a quelle povere vittime del Massacro Militare. Tuttavia, se uno di questi poveri bambini avesse potuto filmare una bomba di Israele mentre gli cadeva addosso, quel video avrebbe certamente fatto il giro del mondo (censura israeliana permettendo). Viva la gloria, allora! Viva la sacra informazione e i suoi eroi immolati!

Che poi, detto tra noi, non sia un’azione molto intelligente quella di filmare un dramma così tanto da vicino da rimanerci morto in mezzo, non cambia lo stato delle cose. La tecnologia non forma persone intelligenti e non ha bisogno di persone ricche di mezzi intellettivi: la tecnologia forma e si serve di persone che sappiano riprodurre fedelmente i valori del mondo che genera tecnologia e la diffonde. Essa, cioè, non rafforza affatto la struttura della nostra partecipazione cognitiva alla comprensione del mondo, ma semmai la compromette. Con Internet, ad esempio, non si pensa: si realizzano risultati, si ottengono benefici, si diffondono virtuosismi, si guardano immagini, si conducono battaglie, si comprano cose, servizi, persone, ma non si pensa. Con Internet non si sente: si odono suoni, si origlia dietro al monitor, si ascolta tutto quel che passa per i suoi canali, ma non ci si ascolta. E il progressivo esaurimento delle nostre innate capacità d’interazione cognitiva con il mondo, la trasformazione del pensiero creativo in pensiero “convergente” e la resa della vitalità alla necrofila dipendenza dalla macchina non sono forse tutti passaggi della coltivata inettitudine a manifestare un’attenzione critica verso ciò che ci accade attorno?

Che sia analogica o digitale, la tecnologia entra nelle fantasie, nelle emozioni, nello spirito delle persone. Rimodella abitudini, forza fisica e capacità cognitive, appunto. Ma modifica anche stati emotivi, umori, azioni, reazioni: è così che addestra. E non serve mettere la testa sotto la sabbia per risolvere il problema, né tanto mento serve incolpare o scusare qualcuno. Questo libera solo la nostra coscienza di schiavi tecnologici, nient’altro. «Filmare può diventare un modo per creare una distanza emotiva da ciò che sta accadendo, uno schermo tra sé e l’evento traumatico», ha scritto per esempio lo psicologo Giuseppe Lavenia rispondendo proprio all’interrogativo di questo stesso nostro articolo (perché i ragazzi del rogo di Capodanno filmavano invece di scappare?). «Quando un ragazzo riprende invece di fuggire» ha continuato Lavenia puntando il dito sulla questione dell’età degli improvvidi cineoperatori, «sta cercando, nel modo che conosce, di proteggersi da un’esperienza che il suo sistema emotivo non è pronto a elaborare. […] Fino ai 20-22 anni la corteccia prefrontale non è completamente sviluppata. […] In una situazione di emergenza, fiamme, fumo, panico, un cervello adolescente non reagisce come quello di un adulto […] perché manca la piena maturazione delle funzioni di controllo».

Eppure, quei turisti che sulle spiagge della Thailandia filmavano la risacca da tsunami il 26 dicembre 2004 non erano adolescenti, bensì adulti a tutti gli effetti. Ha ragione allora quella mamma sociologa che, rispondendo proprio a Lavenia, gli ha controbattuto su Facebook: «Quante cazzate…….. Quindi fino a 22 [anni] la gente si lascia bruciare e addirittura riprende come arma di difesa invece di scappare???!!!!! L’istinto di SOPRAVVIVENZA è INNATO!!! Spesso la psicologia è ridicola!».

È vero: l’istinto di sopravvivenza è innato, e non è la data di nascita che innesca o disinnesca le reazioni naturali di un umano difronte alla minaccia della propria vita. Tutti siamo portati a scappare davanti al pericolo mortale. Ma la domanda è: nel mondo pervaso dalla tecnologia, siamo ancora capaci di riconoscere un reale pericolo mortale? O nel tele-mondo in cui viviamo ci siamo talmente abituati a vedere immagini di guerre, violenze, stupri, drammi, tragedie e film, documentari, serie tv e telegiornali che mostrano continuamente guerre, violenze, stupri e tragedie che non distinguiamo più il pericolo vero e proprio da quello solo rappresentato televisivamente?

Torniamo allora al punto di partenza, e cioè al problema della terribile distanza che il video-mondo ci pone verso la realtà vera e propria. Una distanza cognitiva che, come si diceva, inibisce anche le emozioni, i sentimenti, gli istinti, le pulsioni. Nell’universo della “vita sullo schermo” (come l’ha chiamato Sherry Turkley) è sempre tutto talmente finto, talmente cinematografico, che filmare con il proprio cellulare non è per niente “un modo per creare una distanza emotiva da ciò che sta accadendo”, bensì, al contrario, un modo per credere di tuffarcisi dentro in quel che accade. Il problema è che facciamo sempre più fatica a capire se quel che accade è un dramma vero e proprio o invece una scena da monitor tivù.

La questione, dunque, non è di età, ma di cognizione. Ed è una questione antropologica, o meglio: ontologica della specie umana civilizzata. La cognizione della nostra specie, sotto attacco della tecno-cultura, sta cioè cominciando a mostrare i primi segni di resa: distinguere ciò che è vero da ciò che è rappresentato sta diventando un problema per l’umanità civilizzata. Un problema che, proprio difronte a situazioni di pericolo mortale, può riuscire a non far innescare la molla naturale della nostra reazione di difesa.

La tecnologia, insomma, non è mai un’opportunità: è sempre un dramma; un dramma che ci sta spingendo tutti fuori di noi. Anche a livello cognitivo, di intelligenza pura. Non è forse vero, per esempio, che la capacità umana di affrontare e risolvere problematiche di vita quotidiana è sempre più minata dall’invasione di sistemi tecnologici di assistenza? Non è forse vero che la tecnologia agisce, riducendole, anche sulle capacità umane della percezione, dell’immaginazione, del ricordo, del ragionamento, dell’intuizione, della sensazione, dell’attenzione, della concentrazione? E questo non indebolisce forse capacità umane implicate nella comprensione di ciò che esiste (cognizione)?

La degradazione cognitiva portata dalla tecnologia non tocca solo la memoria (come ormai si ammette bellamente), bensì ogni aspetto della nostra capacità critica e di comprensione di quel che esiste. Tanto è vero che il neurologo tedesco Manfred Spitzer, già nel 2012, mise tutti davanti a uno scenario inquietante quando, senza giri di parole, intitolò il suo studio sui media interattivi: Demenza digitale: come la tecnologia digitale ci rende stupidi. E, in questo modo, rispose all’interrogativo retorico che già due anni prima il saggista inglese Nicholas Carr si era posto scrivendo un libro altrettanto critico: Internet ci rende stupidi?

Possiamo anche continuare a fare finta di niente e a raccontarci che va tutto bene così: possiamo continuare a raccontarci che la tecnologia sia un’opportunità e che stia arricchendo il nostro bagaglio umano. Possiamo anche continuare a pensare che i danni tecnologici siano solo una marginale sfortuna rispetto alla generalità delle cose, e che – tutto sommato – li si possa tollerare se confrontati ai grandi vantaggi che la tecnologia ci offre. E possiamo persino dare la colpa alla leggerezza di poveri ragazzini in festa per evitare di assumerci le nostre responsabilità di adulti fieri della loro schiavitù tecnologica. Ma intanto, volenti o nolenti, la tecnologia continuerà a compromettere progressivamente la nostra vocazione cognitiva e noi tutti, fomentando quell’universo digitale che ci rende ogni giorno più incapaci di far fronte ai problemi che ci riguardano, ci ritroveremo sempre più stupidi, fino a quando questo nostro declino non ci consentirà nemmeno più di provare a capire le ragioni del nostro declino.